Jane Austen
Ragione e sentimento




Frontespizio di Ragione e sentimento di Jane Austen


[…] ai primi dell’Ottocento una famiglia di classe media possedeva soltanto una stanza di soggiorno […]. Se una donna scriveva, doveva scrivere nel soggiorno comune. […] A ogni modo, in quella stanza era più facile scrivere una prosa, o un romanzo, di quanto non fosse scrivere una poesia o un dramma. Non ci voleva tanta concentrazione. Così scrisse Jane Austen fino alla fine dei suoi giorni. «Come potesse fare tutto questo» scriveva sua nipote nella sua Memoir «non si capisce, poiché non aveva uno studio proprio in cui isolarsi, e gran parte della sua opera è stata scritta nella stanza di soggiorno della famiglia, dove era soggetta a ogni sorta di interruzione. Ella aveva cura che né le persone di servizio né i visitatori si accorgessero della sua occupazione, della quale soltanto la famiglia era a conoscenza. Jane Austen nascondeva i suoi manoscritti o li copriva con un pezzo di carta assorbente. D’altronde tutta l’educazione letteraria che poteva avere una donna agli inizi dell’Ottocento era un’esercitazione nello studio dei caratteri, nell’analisi delle emozioni. Per secoli la sua sensibilità si era educata sotto l’influenza di quella stanza da soggiorno comune. Di essa le erano rimasti impressi i sentimenti; aveva sempre davanti agli occhi lo spettacolo delle relazioni umane».

I soggiorni di Ragione e Sentimento, pensai allora: Il soggiorno del Signor Dashwood e i litigi sottaciuti tra parenti; il soggiorno della nuova casa nel Devonshire delle Signorine Dashwood e Signora e l’amore per un uomo sbagliato; il soggiorno del Signor Middleton e gli incontri dell’alta società di campagna; il soggiorno della Signora Jennings a Londra e le cortesi visite contraccambiate. Una camera-mondo nella vita di Jane Austen (perfettamente descritta da Virginia Woolf) che diviene camera-mondo in ogni suo romanzo. Gli esterni sono soltanto protagonisti di un paesaggismo neanche così ben descritto, neanche tanto a lungo, neanche nel dettaglio; le cucine sono nascoste; i pranzi sorvolati; le camere da letto, forse, un’attenzione più viva nella condivisione con il lettore del dramma interiore sempre taciuto nell’unico palcoscenico della vita di allora: il soggiorno. Ben arredato, poco arredato, vistosamente arredato. Cornici e disegni mediocri, complimenti per i disegni mediocri, giustificazioni per disegni che forse mediocri non sono. Ninnoli. Ventagli. Poltroncine. Se ne sente persino il rumore di stoffe di vestiti nel momento della seduta sui sofà. Una gamba che si sposta. Lo sguardo che dal libro passa al bucolico e non ne torna indietro.
Ciò che è veramente incredibile in Jane Austen, anche per un lettore come me che non ama affatto il genere al quale i suoi romanzi appartengono, è lo smarrimento immaginifico conseguente alla lettura di ogni suo testo. Si rimane totalmente spiazzati in quella consapevolezza - che sovviene appena si inizia la lettura – nel “vedere proprio tutto”. Nei libri di Jane Austen le descrizioni fisiche sono ridotte al minimo, così come le descrizioni dei luoghi. Eppure ogni capriccio, ogni dettaglio emotivo è definito così bene e con parole così chiare, semplici e difficilmente fraintendibili che i nasi, le braccia, le sopracciglia, la corporatura e le movenze di tutti i personaggi si vanno delineando in una composizione perfetta della scena. Chiudendo il libro, questi stessi personaggi - denigrati tanto spesso da un carattere e un gusto come il mio – ti accompagnano in quella che è la tua quotidianità. Te li ritrovi a tavola a bere il brodo. Li ritrovi svenuti sulle poltrone che richiedono i sali profumati per riprendersi subito dopo. Li ritrovi che piangono in posizioni quantomeno scomode, affacciati alla finestra.
Per molto tempo mi sono chiesta il perché i miei gusti mi abbiano spinto a preferire una donna e scrittrice come Charlotte Bronte a Jane Austen. Ma è davvero un problema di gusti? Un problema caratteriale? In fondo, ambedue parlano di storie d’amore. Ambedue parlano attraverso delle donne eroine. Ambedue parlano di lieto fine, di matrimonio come apice della felicità. Eppure continuavo a preferire Jane Eyre a Ragione e Sentimento o ad Orgoglio e Pregiudizio. Perché? La risposta arrivò un giorno, sfogliando Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, da cui trassi la citazione iniziale e da cui traggo questa citazione: 

Questo forse era il più grande miracolo di tutti. Una donna [Jane Austen], agli inizi dell’Ottocento, che scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza predicare […] ed è per questo che la personalità di Jane Austen pervade ogni sua parola; e […] se qualcosa fece soffrire Jane Austen, questo qualcosa fu soltanto la limitatezza della vita che le era stata imposta. Ella non viaggiò mai; non attraversò mai Londra su un autobus, né fece colazione da sola in un ristorante. Ma forse la stessa natura di Jane Austen non le faceva desiderare ciò che non aveva. Il suo talento e il suo ambiente si accordavano alla perfezione. Dubito però che si possa affermare lo stesso di Charlotte Bronte […]. Il libro [Jane Eyre] si era aperto al dodicesimo capitolo, e una frase richiamò la mia attenzione: «chiunque mi può biasimare, se vuole ». Perché biasimavamo Charlotte Bronte? mi domandavo. E mi misi a leggere: diceva che Jane Eyre soleva salire sul tetto […] per guardare il paesaggio lontano, al di là dei campi. E allora desiderava – ed è per questo che la biasimavano – «allora desideravo il potere di una visione capace di varcare quei confini; […] desideravo di possedere assai più esperienza pratica di quanta ne possedevo; più contatto con i miei simili, più conoscenza dei diversi caratteri di quanto la mia cerchia mi poteva offrire […] credevo nell’esistenza di altre forme più vivaci di bontà e volevo vedere quello in cui credevo. Chi mi biasima? Molti, senza dubbio, che mi chiameranno scontenta. Non posso farci nulla, l’irrequietezza è nella mia natura; a volte si agita in me fino a diventare dolorosa... È inutile dire che gli esseri umani dovrebbero accontentarsi della tranquillità […]. Di solito si crede che le donne siano molto calme: ma le donne sentono tutto quanto sentono gli uomini; hanno bisogno di esercitare le loro facoltà e di trovare un campo per i loro sforzi […]; soffrono di costrizioni troppo rigide […] ed è meschino da parte dei loro prossimi più privilegiati dire che esse dovrebbero limitarsi alla confezione di budini e di calze, a suonare il piano e a ricamare borsette. È una frivolezza condannarle, o ridere di loro, quando cercano di fare o di imparare più di quanto la tradizione considera opportuno per il loro sesso. In quel momento di solitudine, spesso sentivo le risate di Grace Pole…». Questa è una spiacevole interruzione, pensai. Sconvolge, imbattersi così in Grace Pole. La continuità del testo viene turbata. Si potrebbe dire […] che la donna la quale scrisse queste pagine aveva in sé più genio di quanto ne avesse Jane Austen; ma basta rileggerle e osservare in essere quel gesto di fastidio, quell’indignazione, per capire che non riuscirà mai a esprimere interamente il suo genio. I suoi libri saranno deformati e contorti. Ella scriverà con rabbia, quando dovrebbe scrivere tranquillamente. Scriverà con scioccamente, quando dovrebbe scrivere saggiamente. Parlerà di se stessa quando dovrebbe parlare dei suoi personaggi. È in conflitto con il suo destino.

Charlotte Bronte, interrotta continuamente nel suo soggiorno e infastidita per ogni richiamo, ogni rumore. Ma non Jane Austen, così calma nella sua sedia, così calma anche nella descrizione del dolore e del dramma, mai enfatico seppur fortissimo, trattato come ciò che di più comune esista in vita, come ciò che è appunto la vita e su cui non si deve andar contro, ma che bisogna accettare con tutta la forza di cui (non) siamo capaci. Leggere Ragione e Sentimento è imbattersi  nelle avventure emotive di due sorelle, l’una riflessiva e razionale, l’altra passionale e irragionevole, che vivono amicizia, amore filiale, amore per se stesse e amore per il proprio uomo in modo diverso, in cui il primo modo di sentire non ne esclude l’altro, in cui non vi è un giusto modo di provare l’emozione, come non vi è giustificazione a forzare il proprio destino, chè se qualcosa dovrà accadere accadrà naturalmente e non sarà la forzatura per mano propria a cambiare in meglio una sorte che bisogna accettare come condizione unica per essere liberi in quella che è la necessità della vita.