Nina Berberova
Il corsivo è mio




Copertina di Il corsivo è mio di Nina Berberova, Adelphi.


Nella mia vita di lettrice ho capito come deve essere una biografia leggendo “Il corsivo è mio” di Nina Berberova. Una ricostruzione non troppo personale della propria storia per concentrarsi sulla storia della generazione di cui si fa parte, per tracciare delle linee guida di comprensione di un periodo, di una situazione, di una città.
Eppure non si può non notare una esagerata pedanteria nella descrizione delle relazioni intraprese da Berberova. Donna russa, intellettuale borghese, non approvò la rivoluzione e portò avanti per tutta la vita – questa biografia ne è testimonianza – un piagnisteo sulla situazione degli intellettuali emigrati dalla madre Russia a causa della rivoluzione. Descrisse nel dettaglio umori e comportamenti dei suoi contemporanei, quelli della generazione giovane, come lei la definì e a cui lei apparteneva e vi apparteneva anche ad esempio Nabokov, e quella precedente. I caratteri intessuti sono preziosissimi nella lettura e nella comprensione delle dinamiche tra persone russe, ma è forse una visione troppo di parte borghese, la sua?
Berberova non è una femminista, ma è una donna che ci fa capire come il lavoro intellettuale e culturale abbia dato alle donne della sua generazione una possibilità in più rispetto alle semplici operaie o lavoratrici senza aiuto alcuno. La sua, dunque, è una posizione assolutamente privilegiata, sebbene abbia conosciuto la povertà. L’egocentrismo della sua posizione e delle sue relazioni la rendono insopportabile agli occhi (sì, moderni) miei che non accettano il suo dissenso nei confronti della rivoluzione russa e della possibilità di un reale materialismo applicato. Ancora dopo Marx i poeti hanno bisogno di parlare di dio con la D maiuscola? Che posizione è quella di Berberova mentre parla di questo? Lo so che io non ho partecipato a quella rivoluzione. So altrettanto bene che nessuno mi ha perseguitata per i miei scritti durante il periodo staliniano. Ma neanche a lei è capitato ed il suo non è stato un ripensamento come quello di Majakovskij -uccisosi per la deriva presa dalla rivoluzione – ma un a priori disaccordo. Come può una posizione di donna emancipata non intersezionarsi con la lotta di classe del suo periodo storico e della sua nazione? Anche qualora fosse stata una persona femminista, come la sua posizione avrebbe avuto credibilità senza l’idea della lotta di classe?
Il suo è un pensiero sì di classe, ma esclusivamente della sua, borghese e liberale, senza nessun pensiero alle situazioni altre e alle motivazioni che hanno portato alla rivoluzione. Prima della deriva censoria staliniana sono successe delle cose: cose alle quali lei è sconfinatamente disinteressata, per interessarsi unicamente al suo pensiero di persona che si può permettere il pensiero. Nella sua biografia ha dimenticato per esempio di dire che: “A partire dall’ottobre del 1918 la neonata Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche liberalizzò il divorzio e l’aborto nelle sue legislazioni, depenalizzò l’omosessualità, permise la convivenza al di fuori del matrimonio ed inaugurò tutta una serie di riforme che permisero una vera e propria “rivoluzione russa rossa”. 
Sono molto severa con Berberova e non perché giustifichi storicamente Stalin, ma perché non approvo que* intellettuali che non comprendono le motivazioni delle minoranze, degli sfruttati, degli operai, facendo onore solo alle proprie cause come ai propri moti interiori, troppo privati e troppo personali, non riguardando altri se non se stess*.
Ecco che Berberova, che ha scritto delle bellissime poesie e dei romanzi che trovo interessanti, si pone come donna che ha perso un’opportunità in uno dei momenti storici più importanti del ‘900 e che avrebbe preferito che tutto rimanesse uguale al periodo zarista piuttosto che vivere la rivoluzione. I borghesi non accettano d’altronde la rivoluzione, troppo egotici per comprendere motivazioni altrui. 
Ed ecco che mi risuona “Contessa” nelle orecchie: 

Voi gente per bene che pace cercate
La pace per far quello che voi volete
Ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra
Vogliamo vedervi finir sotto terra
Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato
Nessuno piu al mondo dev’essere sfruttato.


Berberova la pace l’ha trovata negli Stati Uniti d’America.
Auspico e auspichiamo all’intersezionalità, sempre più a favore di lotte intersecanti, sempre meno impostate sull’autocommiserazione del proprio privilegio. Contro ogni privilegio, qualora ne disponessimo, almeno che lo si dichiarasse, per dare spazio a tutt* quell* che tale privilegio non ce l’hanno, entrando in un’ottica di comprensione e non di giudizio.

Pubblicato il 24 luglio 2021