Teresa Ciabatti
La più amata
Copertina di La più amata di Teresa Ciabatti
“È un libro che gioca molto con la realtà, con la verità. Inizia
con questa ossessione di sapere […] chi fosse veramente mio padre e diventa
un’ossessione. Poi, lungo il libro, mi libero da questa ossessione e la domanda
diventa più “chi sono io?”. […] la risposta che cerco è […] liberarsi
dall’ossessione di conoscere la verità. Che poi la verità è quella che abbiamo
vissuto noi, è questo che alla fine capisco io. […] nel paese sono la
principessa, in città sono nessuno. Forse è un libro che inizia con delle
identità di personaggi molto caratterizzati, molto forti, e piano piano […] si
mischiano tra la folla, diventano delle persone qualunque, prima di tutto io
[…] quello che scopro da adulta è che io sono una qualunque, una qualsiasi”
(http://www.letteratura.rai.it/articoli/teresa-ciabatti-la-scoperta-di-essere-normali/36561/default.aspx).
Tendenzialmente si
preferisce leggere un classico. Un classico, essendo appunto un classico, ha
sempre qualcosa da dirci sia sul tempo che è stato sia sul tempo che è.
Presumibilmente sul tempo che sarà, per il medesimo principio. Un classico ci
dà una quieta certezza e, sebbene io non ne neghi la fondamentale importanza
che esso ricopre all’interno della vita di un lettore, ad esso ci affidiamo
quasi per partito preso. Abbiamo un pregiudizio nei confronti del classico:
Kafka ci deve piacere, ad esempio, perché è intellettualmente stimolante ed
emotivamente asfissiante. Pasolini è quasi indiscutibile: chi è intelligente lodeve amare: così profondo, così
rivoluzionario. Che dire poi di Wallace, diventato un classico
dell’ipercervelloticismo (che non esiste, ma rende l’idea), geniale nella sua
scrittura postmoderna, quando
spesso neanche si sa cosa sia il postmoderno. Deleuze, nel suo abbecedario,
afferma la sua preferenza nell’approcciarsi all’intera bibliografia di un solo
autore, in una precisa esclusività, per capire davvero un percorso e delle
parole in una comprensione totalizzante, e di non avere comunque tempo da
dedicare alle nuove letture, le nuove uscite, che denigra con indifferenza, ma
senza pregiudizi.
Che sia per
pregiudizio, che sia per mancanza di tempo, le nuove uscite sono cose da
lettori in spiaggia, gente non impegnata, editori tutti volti alla pubblicità e
al mercato, al monetizzare le dita su carta di qualcuno. O almeno questa è
l’opinione dei più. Ecco, io credo che non sia così. Riconoscendo che oggi
tutti scrivono e che questo ha portato ad un decadimento stilistico e tematico,
riconoscendo come anche il Premio Strega abbia quasi premiato, negli ultimi
anni, il “meno peggio” dell’editoria, credo tuttavia con fermissima convinzione
che un libro come “La più amata” abbatta tutto il detto sopra e si stagli tra
gli scaffali delle librerie come libro bellissimo, commovente, terribilmente
vero, terribilmente doloroso, profondo, ossessivo, intelligentissimo. Un
sospiro di sollievo in una massa inqualificabile di noia stampata su carta.
Alla fine
dell’intervista per le videocamere di Rai Letteratura, Teresa Ciabatti afferma
di non aver forse più nulla da scrivere, essendosi svuotata della complessità
ossessiva della sua vita: una volta uscita da lei, fattasi corpo tramite le
pagine di un libro edito Mondadori, cosa avrà più da dire? E leggendo il suo
libro le rispondiamo: Teresa, non importa, davvero. Non importa se non
scriverai più nulla. È la qualità e non la quantità e tu sii coraggiosa, rimani
coraggiosa nel volerti fermare se reputi di non poter superare la tua
personalissima storia di tutti. Perché è di tutti, Teresa, anche se ci parli di
un padre ingombrantissimo, medico, sciatto e ricco, anche se ci parli di una
madre rinunciataria, confusa, problematica e di un fratello distante. La tua
storia, la storia di tutti.
Aprendo la prima
pagina si rimane schiacciati, schiaffeggiati da una scrittura tagliente,
spigolosa, irriverente, puntualissima e più si va avanti e più si crede che
questo crescendo debba terminare, non terminando difatti mai. Si arriva
stremati alla fine del libro per la capacità – difficilissima da trovare in una
persona – di dirsi le cose come veramente stanno, valicando la vergogna, il
giudizio, in una strafottenza stanca e rassegnata.
Teresa Ciabatti ci fa entrare
nel suo mondo, ma ancor di più dentro se stessa, in un rimando continuo di
ricordi puri d’infanzia e infanzia rivissuta con mente adulta, creando una
tensione emotiva che ci lascia esenti da giudizio. Si rimane così, spiazzati ad
ascoltare, incapaci di dire la propria opinione non necessaria perché è lei
stessa che lo fa per noi: si pone come narratrice, protagonista, giudice,
principessa, sognatrice, cinica, investigatrice, curiosa, schietta,
imperdonabile. A noi non rimane altro che sospendere la nostra capacità
valutativa. Un’apnea cognitiva struggente che lascia spazio ad emotività tutta
e che ci dà la possibilità di porci timidamente quelle domande - su di noi e
sul contesto familiare che abitiamo - che lei ha avuto il coraggio di vivere, regalandoci
la possibilità di farlo a nostra volta.