Avevo pensato ad un ottimo inizio per questo racconto. È pomeriggio e sono a letto. Ho un attacco di ipocondria massima perché sono fortemente convinta che la gola, senza nessun motivo (ovviamente), si stia per gonfiare irrimediabilmente e io entro 5 secondi stramazzerò a terra senza poter respirare. Solo che questi 5 secondi dovrebbero arrivare da circa 20 minuti e ancora non sono stramazzata e anche se stramazzassi ci sarebbe chi chiamerebbe soccorso. È che io gliel’ho detto al dottore: “Dottore, io non posso morire di accidente, non posso proprio, capisce? Mi sta ascoltando? Devo finire troppe cose! Devo finire di fare l’archivio dei miei libri, di sistemarlo e stamparlo; poi ho così tanti giornali arretrati e vorrei proprio finire di leggerli prima di morire, e tutti quei libri che ho iniziato e non ho finito. Dottore io non posso morire adesso, lei mi capisce, no? La pago per capirmi, giusto? La pago così tanto che potrei cacarle sul tappeto e lei dovrebbe stare zitto. Si, lo so, la conosco, brontolerebbe, ma non potrebbe cacciarmi perché le ho cacato sul tappeto. Perché potrei farmi venire un attacco isterico: e come la metteremmo a quel punto, dottore, eh? Come? Capisce, io preferirei avere un tumore. Non voglio una morte fulminea, voglio un appassimento graduale, una graduale perdita delle forze e perdita della testa per rassegnarmi piano piano al fatto che sto andando via, in modo da preparare un modo per rimanere, invece. Rimanere nella storia, ad esempio, scrivere un testamento, un libro, le mie memorie, una lettera che verrà conservata nel cassetto di mia madre. Vorrei abituarmi al dolore fisico per dire Ah Signore ti prego prendimi, non ne posso più, prendimi quando vuoi. E invece adesso non faccio altro che testarmi e dirmi No Signore, mica mi vorrai prendere ora, eh? Per favore fammi vivere solo un pochino. Un pochino solo, eh? Proprio adesso che i libri non mi bastano più, che sono diventate tutte parole e proprio ora che sono stufa delle parole e voglio vivere. Ma non lo so fare, di vivere, Signore. Vabbè tu lo sai. Tu sai tutto. Quindi fammi vivere. Fammi imparare, almeno. Non è vero che posso solo vivere la vita attraverso le pagine che leggo. Ti prego fammi vivere almeno il tempo di stancarmi di una stanchezza fisica, sì, di una lunga corsa, di una notte insonne a mangiare la pizza, correre in bici come prima. Non ne posso più di questo ronzio in testa, Signore. Gli direi proprio questo al Signore, Dottore. Ma anche lei lo sa, vero? Anche lei è un pochino come Dio. Solo che Dio mica lo pago, a lei invece do un sacco di soldi a settimana. Però con questi soldi le potrei cacare sul tappeto. In paradiso mica ci posso cacare, io. Neanche lei mi sa. Mi sa che nessuno può più fare la cacca da nessuna parte quando si muore. Gliel’ho mai raccontato di quando da bambina chiedevo a mamma, avrò avuto quattro anni, se potevo portare le carte per giocare a carte con Dio? Tipo quello che voleva giocarci a dadi, con Dio, dico, ma allora io mica lo sapevo, dei dadi, dico. Mamma poveretta dal canto suo voleva che la smettessi di giocare a carte e smettessi di chiederle che cos’era la morte e perché bisognava morire. Mamma ha paura della morte. Lei va in discoteca. Ora non ci va più però, ora pulisce i culi alle vecchie. Gli fa da mangiare, alle vecchie, però non assaggia le cose che prepara perché dice che si schifa. E allora io le dico Mamma ma che senso c’ha che ti schifi se le fai tu le pulizie a casa delle vecchie? Ma lei mi dice che si schifa lo stesso perché mica è abituata a pulire le case degli altri e i culi alle vecchie. E io la lascio schifata, allora. Triste e schifata. Forse è meglio adesso che pulisce i culi che prima quando andava a ballare. Prima sparlava delle altre donnine, adesso invece parla di umili gesti, come Madre Teresa o cose così. Parla di umili doni, che cazzo vorrà dire umili doni. Frasi del tipo TI PORTO IN REGALO IL MIO AMORE COME UMILE DONO. Che bugiarda, certo che non è umile. L’umiltà non si sa umile e io sono così stanca delle persone che si sentono buone e generose e poi però con me non ci parlano perché prendo gli psicofarmaci e sono peggio di una tossica. Ma io e lei lo sappiamo che non sono una tossica. O forse un pochino lo sono. Mica me lo ricordo più com’è vivere senza le pillole. Contare le pillole tutti i giorni. Contare quante ore mancano alla prossima pillola. Contare quanti minuti devo far passare tra una pillola e l’altra. Contare. Sto contando di non prenderle più queste pillole. Mi sa che sto aspettando di morire. Ma io non voglio morire adesso, gliel’ho spiegato. È troppo necessario che finisca queste cose”.
Volevo scrivere un racconto sull’empatia, ma ho dimenticato l’inizio.