Angela Davis
An Autobiography
Copertina di An Autobiography di Angela Davis.
Angela Davis ricorda ogni nome.
Non importa se noi non sapremo mai chi siano queste persone: lei le ricorda tutte.
È uno degli aspetti che mi ha colpito di più della sua autobiografia, il non trasformare la propria esperienza personale in uno sfrenato individualismo, ma fare della propria una storia comunitaria, dei fratelli e delle sorelle di colore, soprattutto quelli che per problemi razziali sono stati imprigionati.
Ricordare il nome di ognun* dona la dignità insita proprio in tutte queste persone, dignità che il sistema razzista e anticomunista americano ha provato ripetutamente a togliere da chi Angela nomina. Non è un elenco di nomi spropositato il suo, e non ci si stanca nel non sapere i volti dei citati: ci fidiamo dei suoi occhi e della sua esperienza e ci mettiamo in ascolto dei suoi racconti.
E Angela dà anche una dignità a tutti quei corpi considerati inferiori e lo fa con un semplice gesto scrittorio: mette la maiuscola davanti a “Neri” come a qualsiasi altra razza che non sia quella bianca, l’unica a risultare in minuscolo in tutto il libro.
[…] questa gente [le persone di colore], piena di calore e d’intuito, ardente ed entusiasta, cercava un modo di vendicarsi. […] aveva la naturale tendenza a identificare nell’uomo bianco il nemico. Tendenza naturale perché, negli Stati Uniti come in Inghilterra, la grande maggioranza dei bianchi si è fatta portatrice di quel razzismo che, in realtà, va a beneficio soltanto di un piccolo numero di loro, i capitalisti. Poiché la gran massa dei bianchi ha atteggiamenti razzisti, il nostro popolo tende a vedere i colpevoli in loro, e non nelle forme istituzionalizzate di razzismo, che, rafforzate indubbiamente dai pregiudizi, in sostanza servono però solo gli interessi della classe dominante. Quando tutti i bianchi sono considerati nemici, senza distinzioni, è praticamente impossibile elaborare una soluzione politica. […] Capivo che finché la risposta dei Neri al razzismo restava puramente emotiva, non avrebbe condotto a nulla.
La sua minuscola non è dunque un fatto puramente di pancia, ma una politica anche testuale pronta a rimanere su pagina scritta.
Gli anni raccontati nella propria autobiografia ricoprono circa un decennio (anni ’60-’70), con intrecci a racconti di quando era una bambina, di quando venne catturata, di quando entrò nel partito, ecc...
Il libro è diviso per capitoli. Ogni capitolo ha una narrazione a sé e, insieme, da contestualizzare alle altre parti del testo. Dispiegato in modo non lineare, quello che fa Angela è un collage narrativo interessantissimo e che ci interessa oltremodo non soltanto per la situazione in sé (la vita di una donna nera rivoluzionaria comunista negli anni del maccartismo e subito dopo, quando ancora se ne sentivano gli strascichi nei confronti della comunità nera e di una certa comunità politica), ma soprattutto per le sue analisi politiche. Tra le tante riflessioni esposte, la più pertinente alla sua storia e la più complessa, anche da un punto di vista compositivo e documentativo, è quella inerente l’esperienza della detenzione. La sua analisi dell’istituzione totale nell’ottica della detenzione femminile svela un mondo sconosciuto ai benpensanti che continuano a considerare che ogni forma di carcerazione sia ammissibile e plausibile. La sua analisi si svolge in varie direzioni: il rapporto interno (detenuta) con se stessa; il rapporto interno nell’istituzione (detenuta con altre detenute e con le sorveglianti); il rapporto interno-esterno (detenuta con tutte le persone che stanno “fuori”).
Veniva assicurato soltanto quel po’ d’attività che bastasse a impedire alle recluse di riflettere troppo a lungo sullo squallore della loro condizione. L’obiettivo era riempire la giornata di occupazioni senza senso, di futili diversivi.
Esisteva, quindi, un’intera rete di istituzioni create allo scopo di assorbire l’energia delle detenute [...]
Lo scopo principale di quei passatempi era di incoraggiare subdolamente l’obbedienza e la sottomissione.
Carceri e penitenziari sono concepiti per spezzare la personalità umana, per trasformare i detenuti in esemplari da zoo, obbedienti ai guardiani ma pericolosi l’uno per l’altro. In risposta a ciò, gli uomini e le donne chiusi in carcere inventano e mettono in atto continuamente molteplici forme di difesa. Di conseguenza, quasi ogni carcere o penitenziario vive su due livelli. Il primo è costituito dalle abitudini e dai comportamenti prescritti dalle autorità carcerarie. Il secondo è la cultura dei detenuti stessi: le norme e i modelli di comportamento creati e definiti dai reclusi per proteggersi dall’aperto o larvato terrore teso a fiaccare il loro spirito.
Si tratta, in forma elementare, di una cultura di resistenza: ma una resistenza radicata nella disperazione, e perciò incapace di sferrare colpi decisivi al sistema.
Non voglio svelare nulla perché credo sia necessaria la lettura di questo libro per un pensamento delle istituzioni totali e del rapporto de “i cittadini sani” e “i cittadini buoni” con queste istituzioni. Manicomi, prigioni, istituti detentivi di ogni sorta devono essere pensati e ripensati alla luce di molte letture. Letture come “I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere” di George Jackson, come “Asylums” di Erving Goffman (consiglio l’edizione tradotta da Franco Basaglia) o come “Sorvegliare e punire” di Michel Foucault.
Pubblicato il 9 giugno 2021