Donatella Di Pietrantonio
L’Arminuta
Copertina di L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio
Se ne sente
l’odore.
Della macchina su
cui l’arminuta (la “ritornata”) si siede, piangendo, per ritornare nella casa
in cui è cresciuta.
Dei denti storti e
saliva acidula di pubertà di quella che si scopre essere sua sorella, Adriana.
Dell’incrostazione
giallognola della canottiera del padre.
Della veste
smanicata comprata al mercatino dalla\della madre – quella biologica – con le
ascelle pelose e bagnate dal sudore della fatica.
Della salsa di
pomodoro, che se hai le mestruazioni mica li puoi toccare i pomodori, mica le
puoi toccare le bottiglie, sennò infradicisce tutto e si porta iettatura!
Dello sperma che
macchia le lenzuola di Vincenzo che la guarda - all’Arminuta -come fosse
l’estranea che di fatto è. E pensieri incestuosi tra fratelli.
Si sente l’odore di
pipì sul materasso, l’odore dell’agghia per il soffritto, l’odore e tanfo delle
verdure cucinate a brodaglia.
Si sente la
pesantezza di stanze non areate, di salsedine: quel giorno della fuga al mare.
E i rumori, in sentori
ancora più forti e intesi, nelle scarpe strascicate a cosce larghe e piedi a
papera di Adriana, nelle legnate di mamma, nelle seggie spostate con noncuranza
in cucina e il corpo sbuffante che si siede per sbucciare patate.
Il rumore delle
scale fatte di corsa, delle aule di paese, di Vincenzo che ritorna a casa e
sorrisi sul viso.
Il rumore delle
vesti eleganti di una tutrice dal nome altisonante e regale che non la vuole
più e il rumore dei soldi che le lascia per provvedere alla sua istruzione.
È un libro semplice
“L’Arminuta” di Donatella di Pietrantonio, edito Einaudi. Semplice come può
essere semplice la storia di ognuno di noi, nella naturalezza del suo
compiersi. Nessun enfatizzazione dei traumi presenti in questo libro, primo tra
tutti quello che viene descritto magistralmente – senza eccessive pomposità:
l’abbandono doppio che la protagonista è costretta a vivere da parte dei
genitori biologici che la consegnano a genitori affidatari che a loro volta la
riconsegnano ai biologici, dopo molti anni, in una contesa e, al tempo stesso,
disfatta di quella che è la stabilità emotiva di una ragazzina che non riesce a
trovare appigli, se non in se stessa, sui quali contare per andare avanti. E
“andare avanti” è ciò che più punge nella lettura di queste pagine: nessuna
possibilità di riscatto nella vita (se non forse nello studio?), nessuna
possibilità di rivincita, di perdono, di comprensione. Forse comprensione, ma
non adesso: in un futuro e ipotetico poi, perchè adesso è tutto solo e
semplicemente “così”. L’Arminuta, buttata di materasso in materasso, di casa in
casa, di gradini in gradini, vive un’esistenza racchiusa in una valigia –
qualche oggetto, molti ricordi, le scarpette da ballerina – pronta ad essere
spostata continuamente a seconda dei capricci e delle necessità del mondo
adulto. Un mondo adulto che vive la giovinezza della protagonista e dei suoi
fratelli come non necessaria, adultizzando Adriana – sebbene bagni ancora il
letto – e Vincenzo che gestisce pericolosamente la sua vita - incompresa a se
stesso - con cattive compagnie in cambio di prosciutti grossi per sfamare la
famiglia.
Mondo adulto e
mondo adultizzato (della triade tra fratelli, in questo rapporto di necessità,
amore e passione) si incontrano e scontrano in una stridente armonia di fatti,
in una miracolosa quotidianità sfiancante e appagante in cui la vita ti si
appiccica addosso anche se non sai che fartene, anche se non ne sei capace.
“Io forse parlo un po’ troppo, certe volte” - ha ammesso
ansimando per la salita. “Non hai colpa se dici la verità. È la verità che è
sbagliata”.