Gabriel García Márquez
L’amore ai tempi del colera





Davide mi chiese di non cadere nei soliti cliché, scrivendo del e per il Pride.
Il problema, vedete, è che questo cliché credo nasca dall’autodefinirsi: sono gay, sono nero, sono un transessuale, sono un artista, sono ebreo. Sono. Io sono. Io io io. La parola Io (per cui vi consiglio anche il brano di Gaber) autoghettizza colui che si dice, in un processo dal quale non riuscirà a svincolarsi più, se non con estrema fatica.
A me del Pride – come di molte altre manifestazioni legittimanti qualcosa non necessariamente di carattere sessuale – non me ne frega niente e probabilmente il motivo risiede nel fatto che a me piacciono le persone e non le categorie entro cui ci si pone (proprio come al Florentino di cui fra poco).
Certo, mi si dirà che sono una donna bianca eterosessuale ed è comodo il mio disinteresse: ma chissà se sono eterosessuale ed è davvero “disinteresse”? Mi si penserà come una poveretta non affine alla causa: ma la mia causa, come diceva Stirner, è unica come unica sono io – e non è “quell’Io là” di cui parlammo prima, ma tutto il suo contrario.
È proprio per questo che ho scelto – per parlare del e per il Pride – di non recensire un libro erotico, illudendoci trasgressori del buon senso comune. Per il medesimo motivo ho scelto di non recensire un libro di un qualsiasi scrittore omosessuale per elogiarne le gesta da eroe. Mi rendo conto che sarei stata certamente più popolare.
Invece, sguazzando nell’impopolarità, ho deciso di parlarvi de “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel García Márquez, uno dei migliori esempi – a mio parere – di come si possa parlare e andare oltre quella che possiamo definire una consuetudine amorosa e sessuale senza necessariamente rivendicarne alcunchè.
Tutti voi conoscerete la storia di Fermina Daza e Florentino Ariza, due adolescenti che si innamorano per una pura attrazione chimica e per smielato senso del romanticismo di lettere profumate e calligrafie antiche. L’amore dura tre anni senza che ci sia una conoscenza reale. Immaginazione ed estasi dureranno fino all’abbandono: “pover’uomo”, penserà lei di lui, mandando tutto alla malora e sposando Urbino, un uomo normale, con una carriera medica ben avviata, molto erudito, infaticabile viaggiatore, maniaco routinario puntualissimo. Fermina Daza si chiederà per tutta la vita se sia questa condivisione totale, questa incomprensione senza scampo, l’amore. Florentino Ariza, invece, non si chiederà mai cosa sia l’amore, perché l’amore è Lei, per atto di fede, per eroismo, per coerenza, perché non c’è un perché. Perché è così e basta. E proprio per la sua risolutezza nell’amare quell’unica donna, ma contemporaneamente consapevole di certi bisogni umani, Florentino inizierà una vita privata fatta di rapporti sessuali con ogni donna che incontrerà sul suo cammino, sempre con il cuore altrove. Un puttaniere incallito che ama in modo talmente smaliziato e disincantato i corpi delle donne da non poter neanche essere definito appunto un puttaniere, ma solo un uomo che ha bisogno di essere amato nella monotonia della sua esistenza. Ama soprattutto le vedove per quell’aria di libertà conseguente il non dover più essere comandate e controllate da nessuno, potendo camminare come mamma le ha fatte tanto nelle camere da letto quanto sulle terrazze, al fresco. Ha un taccuino, Florentino. Appunta il nome dell’amante del momento e le stravaganze amorose e sessuali che vivono insieme. Ogni tanto si innamora e ogni tanto va talmente oltre da possedere persino una ragazzina – America – di quattordici anni di cui è tutore, sciogliendole la casta treccia prima di far l’amore, come se il sesso fosse un affare concepito e vissuto oltre l’amore stesso, oltre il buon senso, oltre il “cosa sarebbe giusto e decente fare” invece di ciò. E in questo marasma di avventure sensualissime, Urbino a un certo punto muore e succedono cose che non vi racconto in modo tale che andrete – spero – in libreria a spendere bene i vostri denari per l’acquisto di queste pagine bellissime.
È un libro importante, questo. Màrquez riesce ad affrontare, con un eleganza di stile impareggiabile, molti temi tuttora tabù nei nostri salotti (masturbazione femminile, omosessualità, pedofilia) senza il calpestio capriccioso dell’ “io sono così”, ma nella spontaneità dell’azione e dell’atto. Contrappone a questi temi una magistrale descrizione della vita coniugale, con i suoi pro e i suoi contro, con tutte le indecisioni del caso, tutti gli interrogativi e le tensioni sessuali che ad un certo punto spariscono per essere soppiantate dal bisogno reciproco di esserci a prescindere. Ma è l’indecenza dell’amore (la stessa inspiegabile indecenza affibbiata al Pride) ad essere il vero tema centrale su cui ruota tutto il racconto. L’indecenza di un innamoramento che avviene tramite esclusiva corrispondenza (ci stupiamo davvero di Tinder?); l’indecenza sessuale, in genere; l’indecenza della spontaneità; l’indecenza della fermezza amorosa quasi fosse un’ossessione o un ethos dal significato più antico; l’indecenza di amarsi da vecchi, di scopare da vecchi, di eccitarsi da vecchi. L’indecenza, soprattutto, ai nostri occhi, di rendere decente e normale quel che di fatto è già normale, è già naturale.
Non esiste volgarità in amore. Lo ripetono la Melato e Giannini in un divertentissimo film. Lo ripete continuamente Florentino Daza. La volgarità a letto è un’invenzione borghese e qualsiasi cosa diventa una porcheria solo ed esclusivamente se sono gli occhi di un porco a guardare e sporcare tutto (per citare Schiele). È un invito, il mio, a vivere le esperienze naturali della vita come naturali a tutti gli effetti, senza quella necessità moderna e impellente di caricarle di significati, categorie e definizioni che appesantiscono persino il nostro sentire.
Miriamo alla leggerezza, dunque. Conquistiamo la leggerezza. Impariamo a planare sopra le cose.
Buon Pride a tutti.

Pubblicato a giugno 2018