Shirley Jackson
Lizzie




Copertina di Lizzie di Shirley Jackson


“Lizzie” è un’opera di Shirley Jackson del 1954. E la cosa non può che sorprenderci.

Si parla della vita di Elizabeth Richmond, una ragazza di ventiquattro anni, americana, che per due anni della sua vita, durante le sedute ipnotiche con un terapeuta, non terrà più a bada più le sue personalità multiple e la sua vita avrà conseguenze devastanti nella propria quotidianità.

La malattia mentale è un tabù anche oggi. 
Negli anni ’50 possiamo definire l’azione del parlare di un problema grave e inespresso come le personalità multiple quasi pioneristico. La Jackson ci offre un racconto prezioso non tanto e non solo per l’avvicendarsi dei discorsi interni a Lizzie, ma per il riportare comportamenti, espressioni facciali, abitudini, rendendo assolutamente credibile la narrazione, di per sé così complessa.

A fluidificare gli avvenimenti, la voce narrante si sposta, da un capitolo all’altro, passando per quella dei tre personaggi: Lizzie (con le sue proprie plurivocità), il Dottor Wright e la zia Morgen.

La figura del dottor Wright non può fare a meno di ricordarci le vendette del terapeuta di Zeno Cosini, con una differenza: se Svevo aveva rappresentato un medico così fiero di se stesso da beffarsi del proprio paziente, il medico di cui leggiamo in queste pagine è un uomo pieno di dubbi, a tratti poco professionale: si svela a noi nei suoi inciampamenti terapeutici, nelle sue impressioni, nei suoi dubbi, nelle sue incertezze e paure. È un libro, questo, che fa il punto – cinicamente e attentamente – sulla figura del medico ipnotista, nel processo di normalizzazione di un proprio paziente. Il pasticcio del Dottor Wright è stato dare ampio respiro alle plurivocità di Lizzie, in modo che molte personalità prendessero il sopravvento in un andirivieni schizoide, e aver poi di fatto “creato” una paziente “unica”, con una voce sola e non l’unione di tutte le precedenti personalità, ma una nuova Lizzie, normata per la società, allegra e spensierata nel suo non parlarsi più, segno di una patologizzazione grave tanto quanto la presenza di personalità multiple. Il medico risulta assolutamente inadeguato e non possiamo non accorgerci della celata critica mossa dall’autrice – o almeno così ci sembra – rispetto al ruolo paterno del terapeuta nel rapporto con la paziente (soprattutto con la personalità Beth), problematica che molte pazienti donne riscontrano facendo un percorso psicoterapeutico.

Interessante di questo libro è anche l’irrisolutezza degli eventi che scatenano le psicosi di Lizzie: sono eventi insondabili, mai spiegati a sufficienza, da cui si rifugge per paura di una verità scomoda. La morte della madre? Robin? Tutte questioni in sospeso di cui possiamo solo fare illazioni dalle sfaccettature aperte. La zia Morgen è protagonista lucida di tutte queste nostre illazioni: lei, unica a sapere cosa sia realmente accaduto, si barcamena nel rapporto con sua nipote in una tensione crescente di accettazione della personalità di Lizzie. Da personaggio scandalizzato passa, incoerentemente, alla figura accogliente e senza paura del diverso, riscontrando anche in se stessa certe tracce familiari di stranezze, forse messe a bada negli anni e non arrivate a patologizzarsi. 

Il finale ci si presenta ambiguo: una nuova famiglia felice che si costituisce, con una Morgen che si accompagna al dottore, e che portano a spasso la nuova Lizzie, frutto del loro lavoro.

Che sia la burla della mediocrità americana?
Ce lo auguriamo, per non rimanerci troppo male in caso contrario.