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La famiglia 



La famiglia.
Un equilibrio sul non-detto
Crolla.
Un altro equilibrio su un altro non-detto.
Crolla.
Un nuovo equilibrio su un nuovo non-detto.

Crolla.

Questo articolo è un articolo sulla famiglia.
Questo articolo è un articolo sulla mia, di famiglia.
Perché che io parli della mia o della tua o della sua o della nostra o della vostra o della loro, mica cambia. Mica cambia. Cambia niente. Ma siccome la mia la conosco molto bene – la conosco da addirittura trent’anni – allora io vi dico che parlerò della mia, di famiglia.
Ci sono mia madre e mio padre.
Mio padre e mia madre hanno avuto un amore che potremmo definire da film americano, sogno anni ’80, e proprio per questo: una bugia. Il loro amore si è fondato sulla primordiale voglia di mio padre di campeggiare vicino la casa di villeggiatura estiva di mia madre che, dal canto suo, nel momento in cui le venne chiesto – per cortesia amormio – di andare a prendere uno yogurt (perché l’amore era sì tanto ma l’appetito molto di più e i denari molti di meno), rispose sbuffando e disse che no: io lo yogurt non te lo prendo. 
È certo che “le voglie sconfinate e la necessità di infinito” di mio padre non rifondarono il proprio fuoco su quel no, ma è vero anche che fu un amore di una ragazza borghese, mafiosetta (anche se non potremmo dirlo) verso un uomo povero (figlio di soldato), che però era un artista affascinante, oh sì, affascinante. Faceva posare nuda la sua bella ragazza formosa su teli impolverati e lei si sentiva d’aver trovato uno scopo, non certamente suo, non propriamente suo, nell’insignificanza della vita sua, nell’illusione di una vita “nostra”. Ad ogni modo si scopava bene. Generarono me per noia, non per amore. Mamma ama scopare, lo ripete sempre davanti a tutti per mortificare i suoi compagni, quando questi smettono di scoparla per scoparsi delle altre o per guardare la tv. Anche quando mi portava in grembo voleva scopare, ma mio padre, alcolista di professione e indelicato per natura, le disse che con me dentro faceva schifo – quanto sei grassa! – e non la toccò più, non la toccò mai. La toccò talmente mai che i suoi capezzoli non erano stati succhiati abbastanza in nove mesi di gestazione e – di fatto – non venni mai allattata: ci vuole la forma giusta, la consistenza giusta. E ci vuole il latte, soprattutto. Mia madre invece mi faceva succhiare sangue mentre piangeva. Sangue di minne e lacrime: il mio primo mese di vita. 
Quando nacqui si ruppe definitivamente un idillio d’amore bugiardo, composto dalla venerazione di lei verso un uomo irregolato che cacava con regolarità, con la porta chiusa, ogni sera alle 19 in punto. 
Nacqui, ed era già tanto: dovevo essere un aborto venuto comunque miracolosamente fuori. 
Nacqui come addirittura la causa della fine di un matrimonio.
Mi è seccato scrivere.