Carla Lonzi
Autoritratto





Un curatore palermitano mi aveva definita naif provando a non offendere il provinciale modo di presentare i miei quadri. Naif, ma brava: “Vai a Milano. Incontrerai Alberto Garutti: parla con lui”. Marzo 2011. Il 30 Settembre dello stesso anno dormivo in una camera lilla e silenziosa a 7 minuti da Brera.
La classe di Alberto era una classe dall’emozione mista e lui era (è), per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, altissimo e, avvolto nel suo cappottone di lana verde, sgranava gli occhi su noi e sulle nostre opere che mostravamo fieri, ignari di ciò che si sarebbe svolto dentro l’Aula 1 di Brera, cioè non semplicemente una lezione di pittura, ma un modo di stare al mondo, una responsabilità che l’artista deve prendere davanti a se stesso e davanti al suo pubblico. Da quell’aula scappammo in molti, io compresa: non si è certo pronti a quel modo responsabile, appunto, di stare al mondo.
Ricordo – era il secondo giorno di lezione – che, fissandomi, mi chiese la definizione di Arte Concettuale. Preparata, risposi: “L’arte concettuale è un movimento che pone il pensiero dell’opera, l’idea, a fondamento dell’oggetto che viene prodotto”. “Sbagliato”, mi disse. Sbagliato. “Quindi, secondo questa tua bizzarra teoria, anche oggi esisterebbe questa arte concettuale?”, “Certo”, dissi. Dopo aver riso della mia superficialità, mi (ci) disse “Vedi – come ti chiami? Marta? – vedi Marta, è che bisogna contestualizzare storicamente le cose. Oggi mica c’avrebbe senso prendere un pennello e il colore bianco e dire < Adesso ricomincio tutto da zero e quindi prendo il mio pennello e il mio colore bianco e inizio a colorare di bianco tutto, come se non conoscessi niente e dipingo il legno, il marmo, le pareti, i pavimenti, le tele, tutto. Tutto di bianco. Coloro tutto di bianco perché ricomincio da zero, ricomincio a pensare le cose come se le cose, io, non le avessi pensate mai. Infatti penso tutto. Ripenso tutto. Tutto bianco. Tutto daccapo. C’aveva senso nel ’68, con la rivoluzione che abbiamo fatto. Ora sarebbe ridicolo. Hai mai pensato a questo? >”. La risposta è no, non ci avevo mai pensato.
Da allora compresi che non esiste solo l’insegnamento istituzionalizzato che impone la storia come una certa cosa successa in un certo modo, ma esiste un modo (proprio dell’artista), che ci pone sì in relazione all’istituzione, ma al di là della stessa, come soggetto critico, responsabile del proprio pensare, che fonda il ragionamento come parte integrante di un processo che pone l’opera (d’arte o letteraria) non come bieca consolazione degli affaracci nostri, ma come conflitto. Questo porsi in conflitto dell’opera, di certo, non nasce nel 1968 (pensiamo a Caravaggio e ai piedi sporchi dei suoi santi, pensiamo all’Impressionismo), ma è probabile che siano state le premesse poste dagli/negli anni ‘60 a far prendere corpo in modo totale a questo tal porsi dell’opera. Performance, pittura, installazioni, scultura: linguaggi vecchi si mischiano a linguaggi nuovi in cui il fruitore non è più chiamato a fissare di sfuggita – passivamente – un’opera, ma è chiamato ad una partecipazione attiva (non sempre di ruolo, non del tutto consapevole) per/nell’opera stessa1.
Di fatto, l’Arte Concettuale, come tutta l’arte che esplose negli anni ’60, è l’unica arte nella storia che ha passato più tempo senza che qualcuno la definisse, la includesse in un pensiero, in una valutazione storicamente coerente, senza – per meglio dire – che l’istituzione se ne impossessasse subito per riconfigurarla totalmente in altri nomi e altri pensieri estranei al nome e al pensiero generato dall’artista.
Se pensiamo a Leroy che nominò immediatamente l’Impressionismo come tale davanti a un quadro di Monet2 durante l’inaugurazione della prima mostra dei “rifiutati” (1874), non sarà così per quell’arte inizialmente indefinibile che caratterizzò tutto un decennio. In Italia sarà Germano Celant il primo a prendere un gruppo di artisti eterogenei nel pensiero e nella produzione, vicini solo per la coincidenza del vivere nella stessa città (Torino), e creare un manifesto, spedito e pubblicato sul cartaceo di Flash Art nel 1967: l’Arte Povera è il primo movimento di quegli anni creato dal critico, voce istituzionale. Accanto al militante Celant, troviamo “l’appropriatore” per eccellenza, Argan, una voce conservatrice che audacemente conduce in modo indipendente una filosofia dell’arte molto organica e ben definita, intelligente e strutturata talmente bene da aver prodotto il manuale modello per gli studi scolastici e accademici di storia dell’arte.
Ad accomunare questi due critici, il primo d’avanguardia, il secondo tradizionale, è quel porsi, nei confronti dell’artista, ignorandolo del tutto. Di fatto, l’inappartenenza degli artisti al movimento dell’Arte Povera venne confermata dallo sciogliersi dello stesso in nome delle proprie personalissime ricerche (vedi Boetti, Kounellis, ecc) di lì a pochissimo; di fatto lo sdegno nei confronti di Argan è un comune sentire dei più rilevanti artisti di quegli anni (Fontana, Pascali, ecc)3.
Esiste però un modo di fare critica che, pur provenendo dal più tradizionale accademismo, si pone in modo silenzioso di fronte l’opera degli artisti. Definisco “silenzioso” l’assenza di un pre-giudizio che ci fa giudicare l’opera ancor prima di esserci fatti tutto quel corollario di domande – nel momento successivo al puro sentire – che ci poniamo di fronte a un’opera e che ci fa porre dialetticamente con essa e con l’artista, qualora si abbia la fortuna di entrare in contatto anche con lui. Questo atteggiamento è incarnato da una delle più interessanti storiche dell’arte di quel periodo, Carla Lonzi, anche filosofa e femminista, che durante il ‘68 faceva la sua personalissima – ma storicamente coerente – rivoluzione, sedendo insieme all’artista e ascoltando qualsivoglia pensiero e registrando il tutto, proprio al fine di poterlo ri-ascoltare (e ancora e ancora) per mantenere una purezza del detto svincolata ed estranea al suo personalissimo giudizio. La più alta espressione di questo modo di far critica la troviamo nel libro che vi consiglio questo mese: Autoritratto (Carla Lonzi, edizione et al., 1969), un “libro nato dalla raccolta e dal montaggio di discorsi fatti con alcuni artisti. Ma i discorsi non sono nati come materiale di un libro: essi rispondono meno al bisogno di capire che al bisogno di intrattenersi con qualcuno in modo largamente comunicativo e umanamente soddisfacente. L’opera d’arte è stata da me sentita, a un certo punto, come una possibilità d’incontro […]. La nostra società ha partorito un’assurdità quando ha reso istituzionale il momento critico distinguendolo da quello creativo e attribuendogli il potere culturale e pratico sull’arte e sugli artisti. Senza rendersi conto che l’artista è naturalmente critico, implicitamente, proprio per la sua struttura creativa”4.
Kounellis, Fabro, Nigro, Consagra, Accardi, Fontana, Pascali, Paolini (ecc), in dialogo con Carla Lonzi, ci parlano di femminismo, opera d’arte, istituzione, critica, potere, il ruolo dell’artista, partecipazione, ascolto che son solo alcuni degli argomenti trattati e montati quasi creando un flusso di coscienza morbido, continuo, senza interruzione. L’importanza di questo libro, di cui consiglio vivamente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, risiede nel suo interrogarsi su tutto quello che già si era pensato poiché tutti gli argomenti trattati da questi artisti non sono altro che i temi cardine e fondamentali per quella ricomprensione storica del ’68 che bisognerebbe attuare: un ripensamento a favore di una più profonda comprensione. Ripensare tutto, dunque, ripensarlo di nuovo, ripensarlo insieme, ripensarlo considerando un nuovo modo d’ascoltare, un nuovo modo d’esser critico, un nuovo modo d’esser pubblico. Tutto d’accapo, come mi aveva detto Garutti parlando degli artisti concettuali.
Non solo hippie, dunque, in questi anni di rivoluzione.
Non solo l’allegria della rivolta.
Non solo la beata pacificazione di Woodstock e delle moltitudini in festa.
Ma l’arte come possibilità conoscitiva della storia e della sua possibile e conseguente rilettura e ricomprensione, di cui Autoritratto è assoluto esempio e manifesto.

M.



1. “la gente non vuole più fare il pubblico […] vuole entrare nelle cose” (Carla Lonzi, Autoritratto, edizione et al., 1969, p.154)
2. Monet, “Impression. Soleil levant”, 1872
3. Il critico chi è oggi? È una specie di mediatore, no? Parte da un preconcetto proprio integrato, di uomo sociale integrato e cerca di integrare tutto dentro questa cosa lì, no? Con la scusa di dare, proprio, una visione comune a tutti, non fa altro che travisare i valori, i valori che stanno nei quadri. Lui li caratterizza in un altro senso, li interpreta, e questa interpretazione è perché lui è socialmente integrato e parte sempre con questo concetto lì. Infatti, i critici vedono quello che vogliono vedere nei quadri e mai quello che i quadri sono, capisci?” (Kounellis da Autoritratto, Carla Lonzi, edizione et al., 1969, p.23)
4. Carla Lonzi, Autoritratto, Premessa, edizione et al., 1969

Pubblicato a settembre 2018