Sándor Márai
L’ultimo dono
Copertina di L’ultimo dono di Sándor Márai
“L’ultimo Dono” è un libro che parla di morte e di letteratura. Ogni notte Màrai legge instancabilmente nonostante l'occhio malandato. Legge, infinitamente.
Di origini ungheresi, emigra – dopo aver viaggiato in lungo e in largo – negli Stati Uniti, dove ferma il suo lungo procedere. Ha una moglie, compagna per sessant'anni che è, di fatto, la sua ossessione, sia a casa sia da ricoverata. Ha la pressione bassa, sviene. Poi un tumore e l'incoscienza nella casa di cura. Un tumore quanto una pallina da tennis, dicono. Incurabile, dicono.
Màrai si dispera e pensa alla morte. Sono infinite le frasi che parlano della morte sia in senso astratto che su se stesso. L’idea del suicidio balena in lui non appena Lola, la moglie, inizia il suo ricovero.
“Paura della morte? Temo che la morte sia noiosa”.
“La morte non è un problema. Il morire invece sì”.
“Un attore, all’età di 81 anni, è morto al mattino, nel sonno. Per la prima volta da parecchio tempo sono sinceramente invidioso”.
Credo che Màrai abbia un’ironia che non ho colto.
Uomo di un’intelligenza e una preparazione fuori dal comune, quegli strati sacrastici (sebbene si sappia come il sarcasmo differisca dall’ironia) io non li ho capiti. Forse perché non ho 80 anni, forse perché non sono uomo, forse perché non sono alla portata di quella cultura.
Sebbene parli di cose semplici c’è sempre un rimando più alto ed altro, che non afferro.
Il libro di Màrai è un libro sul suicidio.
In “Infinite Jest” di David Foster Wallace c’è una parte che descrive molto bene il suicidio. Lui scrive che il dolore che prova una persona che deve – deve – suicidarsi si rivela in una metafora: sei in una stanza che sta prendendo fuoco e sei costretto a morire. Bruci tra le fiamme o ti butti dalla finestra per scansare il calore? È un’immagine certamente chiarificatrice e immediata.
Ma Màrai no. C'è qualcosa nel suo suicidio annunciato che ha non una istintualità, ma una consapevolezza morbosa, inverosimile, eccessivamente consapevole, soprattutto dopo che muore Lola. Il suicidio diviene così principio primo della sua vita. Compra un revolver, lo tiene a casa, lo fissa per pensare a quando sarà la sua ora e quando lui deciderà che lo sarà, facendo scacco al destino.
Come si parla del suicidio?
Io sono una malata psichiatrica, ho provato il suicidio quattro volte: 3 volte in psicosi, l’ultima volta estremamente lucida. Dalla quarta volta ho deciso di non provarci più. Ma nei miei tentativi non c’è mai stata la morbosità ossessiva di pensiero di Màrai. Mai.
Suicidio-letteratura , letteratura-suicidio sono in ultima analisi i pregnanti temi che lo assorbono.
Io non so come si parli di suicidio, come non so come si parli di letteratura.
Ma il dramma che vive questo scrittore ce lo troviamo sulla pelle senza accorgercene e quando leggiamo l’ultima pagina del 15 gennaio 1989: “Aspetto la chiamata alle armi, non la sollecito, ma non la rinvio neppure. È giunto il momento” rimaniamo sbigottiti, anche se infondo lo sapevamo, lo abbiamo sempre saputo, e scolliamo da noi quelle parole per lasciarlo andare, come lui voleva.
Come ha sempre desiderato.