Wanda Marasco
La compagnia delle anime finte
Copertina di La compagnia delle anime finte di Wanda Marasco
Vincenzina muore.
Rosa ha paura: paura di vestire la carne morta di sua madre, paura della paura
stessa. “Sei venuta dal niente e dalla paura, ma’”, dice Rosa alla madre morta
e mentre lo dice lo ricorda a se stessa, nata dal niente del padre Rafele messo
“a gobba” sopra sua madre, nata dalla paura di Vincenzina di continuare a non
esistere bene “quando si vorrebbe solo esistere bene” (cit. W.M.). La paura
diviene per Rosa una malattia: “I medici l’hanno chiamata con un altro nome, ma
era la paura”. Non ci pensare più, andrà tutto bene, le dice Vincenzina prima
di morire, perché madre e figlia “vivono e muoiono in una dimensione speculare
che quasi sta a dimostrare quanto la morte dell’una significhi svelare la
verità dell’altra”, come ci ricorda l’autrice in un’intervista per Rai
Letteratura.
Ci si accorge della
bellezza di quest’ultimo libro di Wanda Marasco, “La compagnia delle anime
finte”, sin dalla prima pagina. Napoli, teatro a cielo aperto, accoglie la
storia - reinventata da Rosa – dei suoi genitori, in una sfilza di misfatti
febbricitanti: è la Napoli del dopoguerra, “la Napoli stratificata,
stratificata nei luoghi, nei significati, nelle epoche storiche”, zoppicante
nelle sue incertezze, quella che accoglie le storie delle due famiglie del
romanzo: “la famiglia della miseria [Vincenzina] e la miseria della nobiltà
decaduta [Rafele]” (cit. W.M.) che genera questa terza famiglia, quella di Rosa
e dei suoi fratelli, disgraziata nelle storie di Rafele, nelle storie di rione,
nel tentato riscatto sociale, nell’usura e nella violenza ignorante, raccontato
da Rosa in un modo che atterrisce per la sua asprezza.
“Sono creature del degrado […]Ho sempre sentito una sorta di
attenzione - di attrazione – verso le persone nate nel degrado, le persone
dell’abbandono” ci dice Wanda Marasco, che crea i suoi personaggi non da una
ispirazione familiare autobiografica, ma da certe vicende (di altri) vissute
come occhio esterno.
I rapporti
familiari sono il nucleo concatenante per tutto il libro in un continuo
alternarsi di racconti delle due famiglie, l’una – quella di Vincenzina – così
povera nelle sua stanza nuda e affollata e inquinata dalla cattiveria della
madre, l’altra – quella di Rafele – che con arroganza “cerca di conservare uno
status perduto” essendo incapace di “adattarsi alla nuova storia”. Elemento
comunque sono queste madri disperate (ognuna della propria disperazione) e il
fatto che ogni membro delle due famiglie è certamente a sé – per sé – ma è come
se acquisisse dignità storica e individuale solo nel rapporto con gli altri
membri del gruppo: un nulla che diviene qualcosa solo in funzione del contesto
abitato, finanche nella separazione, nel rinnegare - mai del tutto - le proprie
pareti, le proprie origini.
Queste
contraddizioni - il fare parte di un luogo rinnegato continuamente - si sposa
perfettamente con il linguaggio utilizzato, in un rimando continuo di io-noi,
famiglia-mondo, binomi incontro-scontro da cui ci si deve proteggere eppure
salvare: l’italiano e il napoletano si intrecciano in una fluttuazione costante
di episodi, stati umorali, sentimenti: “le due lingue sono connesse perché
connesse all’evoluzione dell’interiorità dei personaggi”, in una Napoli le cui
strade sono colme di questo intreccio linguistico tra pubblico (italiano) e
privato (napoletano), qui usato “più [come] una coloritura che appartiene solo
alle brevi frasi del discorso diretto” (cit. W.M.).
Leggere i libri di
Wanda Marasco significa entrare in una dimensione poetica che contrasta e al
contempo ci svela la brutalità della vita dei suoi personaggi. È un libro che
fa male, questo, per la semplicità con cui vengono descritti certi orrori
quotidiani, certe volgarità, certe bassezze, mai enfatizzati, ma riportati
nella loro legittimità fastidiosa e invadente, talune volte invalidante,
delle/nelle nostre vite e che ci fanno comprendere certi aspetti di noi che
spesso preferiamo tenere nascosti per paura: una paura identica, comune, a
quella di Rosa.