Guido Morselli
Dissipatio H.G.






Vediamo. C’è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott’occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s’intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse ‘evaporazione’, ‘nebulizzazione’ o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto […] assimilabile oggi a un’ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.

Il mio compagno ed io, escluso un litigio furibondo per come si cucinasse la passata di pomodoro, tendenzialmente ci scontriamo su quello che si genera e consegue per/dai/nei rapporti che intercorrono tra “me e l’altro”, nella propria espressione di potere, nell’idea di un soccombere dell’uno a favore della vita dell’altro, sull’autonomia di “io” e “tu” all’interno di qualsiasi relazione a due e della relazione di coppia. Al seguito di uno dei nostri litigi, ci ritirammo ognuno per conto proprio a riflettere. Chiamai una mia amica (P.) e parlai con lei dell’avvenimento e, senza rifarmi all’avvenimento in sé, prendendone in prestito solo alcune parole perfettamente decontestualizzabili a favore di questa recensione, mi disse: “Noi siamo noi nella misura degli altri. Tu non devi ricordarti di te, non puoi, altrimenti vedi un film. Tu ti ricordi dell’altro, con te”. Sebbene io abbia compreso parte del senso delle sue parole, le risposi, tra le altre cose: “Se è tutto relazione con altre persone, le persone sole sono nessuno. Che si sia solo quello che sono in relazione con l’altro mi fa paura. È impensabile se [la relazione] è solo fuori. Solo dentro è pensabile e si è pazzi”[1]. Non posso supporre che P. abbia ragione del tutto; piuttosto, credo che il suo pensiero possa avere maggior veridicità se lo si riconfigura non tanto nei termini dell’“io esisto solo nella relazione con l’altro” quanto piuttosto “io sono anche il frutto del mio rapporto con l’altro e la mia visione di me è decisamente influenzata dal mio essere all’interno di un contesto, permanentemente”. Questo dialogo tra me e P. ad ogni modo si inserisce in un contesto più ampio di pensieri sul rapporto “io e tu” – “io con me” – “io e l’altro” – “io nel mondo”, che si va a sua volta ad inserire all’interno della fitta trama del libro (che stavo nel frattempo leggendo nel medesimo momento storico) “Dissipatio H.G.” di Guido Morselli, da cui è tratta la citazione ad apertura d’articolo.
Dissipatio è un romanzo di fantascienza post-apocalittica del 1977. Wikipedia e molte altre recensioni ne identificano tema centrale il suicidio, ma non credo che la proposta sia del tutto corretta per svariati motivi, primo tra tutti la considerazione del tentativo di suicidio quale fallimento già nel suo dirsi: il significato di tentativo, d’altronde, per la Treccani è “l’azione […] cioè quanto si prova, si sperimenta, si mette in atto per riuscire in un intento”, ma nel caso del suicidio è linguisticamente falso (oltre che letteralmente) affermarne la possibilità di un compimento se non nel fallimento, appunto, che non è tema del libro, ma caratteristica del protagonista nel suo non porsi (secondo la sua visione/solo teoricamente) in relazione con l’altro (poiché vivendo in un contesto si è evidentemente in continuo rapporto con l’altro).
Credo invece che sia la questione tentativo ad essere il vero nucleo centrale del libro tutto, nel suo dispiegarsi. Lo ritroviamo nelle tre parti (non narrate cronologicamente, ma in un continuo movimento alternato di bruschi rimandi e ritorni nel tempo) corrispondenti alla vita del protagonista (un quarantenne depresso con un passato psichico burrascoso). Leggendo il libro ritroviamo un tentativo di isolamento del protagonista dal resto del mondo, in un solipsismo radicale; ritroviamo poi l’avvenimento chiave di questa storia, cioè il tentativo di suicidio del 2 Giugno, appunto fallito; e viviamo insieme a lui il tentativo di sopravvivenza a una dissipatio non della vita tutta sulla terra, ma esclusivamente dell’essere umano, avvenuta contemporaneamente al concentrarsi solipsista e suicida del protagonista.
In breve: un uomo chiuso in se stesso prova ad ammazzarsi e decidendo di sé in un certo numero di ore, appartandosi a favore di un incompiuto; facendo ritorno a casa egli trova svanita ogni forma di vita umana e si ritrova unico e solo al mondo.
Nella resa possibile dell’isolamento che si compie, il protagonista ripensa egoticamente e/ma lucidamente ogni questione filosofica: il tempo, la storia, la follia, l’io, l’altro, dio, l’uomo, il vero, il possibile, la vita, la sopravvivenza, l’isolamento, il senso della relazione con se stessi, il senso della relazione con l’altro. Ed è proprio in questi ultime due questioni che possiamo far rientrare all’interno dell’opera le riconfigurazioni sopraposte del dialogo mio e di P.
L’enunciato “io esisto solo nella relazione con l’altro” lo ritroviamo in molti pensieri espressi da Morselli, di cui mi sembra massima espressione questa razionalizzazione post traumatica del proprio autoconvincimento a non poter logicamente impazzire, perché “uno non è pazzo, è tenuto, o si tiene, per pazzo, in rapporto a un comportamento diverso dal suo. Ci vuole un termine di paragone, come per stabilire se un uomo è sessualmente virile, o meno. Adamo non pensava di se stesso ‘sono tanto virile’, perché non aveva termini di paragone. Per lo stesso motivo, io non posso impazzire”.
L’enunciato “io sono anche il frutto del mio rapporto con l’altro e la mia visione di me è decisamente influenzata dal mio essere all’interno di un contesto, permanentemente” lo ritroviamo invece in quasi ogni pagina del testo, nel ‘finalmente capire’ quale impossibilità ontologica fosse il sentirsi soli in una condizione non isolata, concepibile esclusivamente nella dissipatio avvenuta, nella volatizzazione di ogni altro umano, in uno disfacimento di parti di sé che esistevano solo in rapporto con l’altro e che cessano nel momento in cui l’altro non esiste più, non lo vediamo più. (Potremmo aprire almeno sette problemi che non possiamo aprire per problemi logistici di numero di battute).
E noi con noi? Io con me? Non è comunque un altro ‘altro’ che troviamo dentro di noi? Sì, in quella che l’antipsichiatra Laing chiama schizofrenia, in questo caso evidentemente necessaria: “l’umanità c’era, ora ci sono io. L’epilogo si incarna in me. Concludo le generazioni”.
Come si possa parlar diversamente di queste pagine è difficile da sapere e tuttora non lo ben so.
Ne consiglio la lettura, ad ogni modo, per scoprire quello che non si vorrebbe scoprire di sé, per immaginare un’estinzione altra da quella mediatica le cui informazioni ci bombardano costantemente al fine di alimentare la nostra paura di vederci scomparsi, sebbene sia molto più paralizzante, forse, l’idea di rimanere completamente da soli, nell’ipotesi di pensiero interno e interiore propostoci da Morselli.

Pubblicato a marzo 2019