Alcide Pierantozzi
Lo sbilico
Copertina di Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
Leggere “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi da malata mentale è una presa di consapevolezza.
I così detti normodotati, cioè coloro che non hanno una malattia che ti invalida la vita, ma riescono a gestirla al meglio delle proprie forze, non potranno mai comprendere questo libro.
Ma da malata sì. Fai il punto della situazione su te, su lui. Trovi rassomiglianze, trovi nervosismi e nevrosi, trovi una certa ipocondria, trovi la libido azzerata. Trovi un corollario di sensazioni che ti fanno compagnia fino a che provi il suicidio.
Ora, io non vorrei parlare di suicidio perchè è qualcosa di antipatico che nessuno o quasi capisce.
David Foster Wallace afferma sul suicidio che è come essere in una stanza che prende fuoco: vuoi morire bruciato o vuoi morire buttandoti dalla finestra? Ecco, a quelli come me, come Alcide, neanche il suicidio basta e non risolverebbe niente. E allora si va avanti, un minuto dopo l'altro, un attimo che ne segue un altro. Sembra il tempo dell’aion personificato.
Leggere sulla e della malattia per i normodotati può essere straniante ed estraniante soprattutto quando Alcide (lo chiamo col suo nome perhcè lo sento molto vicino a me) parla dell'effetto delle pillole, di quando le pillole la mamma di dimentica a comprarle. Quando mia mamma dimentica le pillole, lei così precisa come la madre di Alcide, lei non si dà pace. Quando non fa “il suo dovere da madre accudente del figlio malato di mente” si sente in colpa, come la mamma di Alcide.
Abbiamo caricato di responsabilità chi è accanto a noi per avere più tempo per le paranoie, per l’ipocondria, per la depressione.
Io e Alcide abbiamo due malattie diverse. Lui ha, tra le altre cose, una forma di autismo scoperta tardissimo. Io sono schizoaffettiva, cioè un misto di isteria, botderline e schizofrenia. Convivere con noi è un inferno, per noi stessi, per chi ti sta accanto di conseguenza. Sbalzi d’umori continui, litigi, ingratitudine, incomprensione, solitudine.
Pierantozzi spiega tutto questo magistralmente, come solo un malato avrebbe saputo fare, creando una storia discontinua, ma urgente, una storia struggente ed empatica e stupefacente anche per chi malato non è. Ma sono certa – certa – che un normodotato prenderà le sue parole solo come un atto di coraggio e non come un modo per mettere ordine tra i propri pensieri, mentre stringe le matite e legge il vocabolario. A proposito di vocabolario, c’è un bellissimo aneddoto che non spoilero, ma che fa capire il tema del linguaggio per Alcide: un linguaggio alto, mai lasciato al caso. Ogni parola è messa al posto giusto, con l’accento giusto, la signficanza corretta. Ed è tutto metodo dei vocabolari da lui mangiati, per cui con la lingua italiana fa un esercizio di stile che raramente oggi è trovabile nei libri contemporanei.
Chi vede Alcide in tv, alle radio, alle interviste pensa “ma infondo non sta così male”, ma chi lo sa sa la difficoltà e l'impegno dello stare anche solo all'in piedi.
“Lo Sbilico” è candidato sia al Premio Strega che al Premio Campiello.
Inutile dire che tifo per lui. Come ogni malato dovrebbe fare.