Roberta Scorranese
A questo serve il corpo.
Viaggio nell’arte attraverso i corpi delle donne




Copertina di A questo serve il corpo. Viaggio nell’arte attraverso i corpi delle donne di Roberta Scorranese, Bompiani, pp. 190, 19€


Non capisco se quel che è problematica sia la storia dell’arte o le pagine di questo libro.
Mi spiego.
Scorranese avrebbe potuto (dico avrebbe perché proveniamo, in questa rubrica, dall’opera grandissima di Hessel come ultima recensione) porre la questione corpo bianco, cisgender, quasi sempre eterosessuale, occidentale come una problematicità da mettere a tema. Invece l’autrice cavalca una sua onda immaginaria. Lo dice, a un certo punto, “il corpo è politico”: chiaro dato che gli slogan li impariamo proprio tutt*. A cosa ci serve questa frase se quel che ci viene proposto è l’analisi del biancore della pelle di corpi bianchi dipinti esclusivamente da uomini? Ah, sì: c’è Frida Khalo. Ma per riprendere Bene: “Ne avete fatto una minchia” di Frida, poveretta, che si rivolta nella tomba ad ogni nuovo gadget e post sui social.
Il sottotitolo “Viaggio nell’arte attraverso i corpi delle donne” è quantomeno inappropriato. I CORPI: quali corpi? Ci sono corpi tansessuali? Corpi neri? Corpi mutilati? Corpi malati? Ah, sì. I corpi malati sì: in un linguaggio del tutto escludente e politicamente preoccupante Scorranese chiama le persone anoressiche LE ANORESSICHE e a seguire L’OBESO che evidentemente non sono “corpi felici” (cit. pag.71) perché per i corpi felici, a quanto pare “non c’è spazio per lo scandalo”.

La narrazione si suddivide tra storie inventate di donne “vere, non le borghesi annoiate e in posa” e narrate come apertura di mondi quotidiani del femminile e narrazioni su cosa ha sentito e cosa sente l’autrice rispetto alle opere che guarda (o dal vivo o come riproduzione): Chagall, Picasso, Reni. C’è anche il molesto e immorale Caravaggio, col suo angioletto nudo in posa, l’AMANTE SCABROSO.
I capitoli di narrazione inventata narrano un corpo che non ci immaginiamo mai altro rispetto a quello suddetto. Viene difficile immaginarsi altro. Come altro è impossibile da segnalare oltre a un moralismo schiacciante: nel senso che ci incolla alle poltrone in un oleoso pomeriggio.

Non vi sono spunti, non vi è sguardo critico: nel capitolo su Kroyer e Triepcke alla musa si sostituisce, come figura “rivoluzionaria”: la moglie. 
Ecco dunque che i parametri per un libro di cui sconsiglio assolutamente la lettura ci si mostrano palesi e violenti, come uno schiaffo borghese d’altri tempi, tempi retrò(gradi). 

Altrettanto violento è l’episodio che ha visto “Venere Rokeby” di Velàzquez. Riporto da wikipedia: “Il 10 marzo 1914 la Venere Rokeby fu sfregiata dalla suffragetta Mary Richardson, che con un coltello da macellaio produsse numerosi squarci, poi furono riparati col restauro condotto da Helmut Ruhemann. La suffragetta venne condannata a sei mesi di prigionia, ai sensi delle leggi allora vigenti circa il deturpamento delle opere d'arte. Richardson - che non gradiva «il modo in cui gli uomini guardavano l'opera a bocca spalancata tutto il giorno» - avrebbe poi giustificato il suo gesto in questo modo: «Ho tentato di distruggere l'immagine di una delle donne più belle della storia mitologica in segno di protesta contro il Governo per aver distrutto la signora Pankhurst, il personaggio più affascinante della storia moderna». La Slasher Mary (come venne sovente riportata dai giornali) sarebbe quindi stata motivata a sfregiare il dipinto a causa dell'arresto di Emmeline Pankhurst, avvenuto la sera prima alla St. Andrew Hall di Glasgow; la Pankhurst era la fondatrice della Women's Social and Political Union, movimento che rivendicava i diritti delle donne e si batteva per il suffragio femminile”.
Anche in questo caso Scorranese ne fa una questione morale, come una donna che si schiera contro un’altra donna e quello che rappresenta, sebbene io creda – e forse la storia ce lo insegna – che è l’occhio dell’uomo che è voluto essere sfregiato, non per il modo porco in cui ci vede, ma per la ristrettezze di visioni e per la quantità di erroneità dipinte, scritte e dette sulle donne e sui corpi delle donne. Ad essere sfregiata è stata una visione come atto politico estremamente forte. Anche in questo caso l’autrice non può fare a meno di evidenziare la sua morale, incapace di narrare una problematica che vede la storia dell’arte quasi nel suo farsi e procedere per intero popolato di uomini, escludendo le donne, in quanto corpi non che producono, ma che vivono in un processo storico.

Pubblicato a ottobre 2023