Ho sentito – SENTITO – fisicamente di voler diventare madre due volte nella mia vita.
La prima volta avevo venticinque anni, vivevo a Milano e sentivo fisicamente un senso di incompletezza e passavo le giornate a guardare vestitini per bambin*, immaginandomi il profumo di una testina piccolina in una culletta. Non a caso questo linguaggio di -ini: era una sensazione di minuscola presenza e minuscola tensione che mi portava a un desiderio di concepire una cosa minuscola pensata in modo minuscolo.
La seconda volta avevo trentadue anni. È stata una valanga ormonale, un desiderio fortissimo, un senso della carne mai conosciuto prima, il seno duro, la pelle tesa e un pensiero costante, ma non ossessivo, come un qualcosa di bello che ti tiene compagnia.
Ambedue le volte queste sensazioni fisiche sono scomparse – all’improvviso da un giorno all’altro senza preavviso – dopo circa un mese, lasciandomi un piccolo vuoto che non aveva più bisogno di essere colmato.
Sopporto a malapena i bambini degli altri.
Quel dovere che sembra imporsi in automatico per far riposare i genitori dal troppo lavoro e che costringe te a giocare l’ho sempre mal sopportato, sia in famiglia che in ambito amicale.
Se un* bambin* mi chiede di giocare rispondo tendenzialmente: NO. E perché? Perché NON MI VA.
E se penso a quel che più mi frena dal poter (ho detto poter, non voler) avere un* figli* è che ogni mio spazio e ogni mio tempo scomparirebbero. Scomparirebbe il poter prendere i miei psicofarmaci che mi rendono la vita meno gravosa: dovrei eliminarli per non intossicare *l bambin* dentro di me. E come fare a sopravvivere? Una volta nat* non potrei dormire quando ne sento il bisogno (perché sempre a causa degli psicofarmaci ho degli orari di sonno molto particolari e sensibili). Non potrei scrivere quando ne sento l’urgenza, perché l’urgenza sarebbe sempre sua e io questo non lo sopporto. Non lo sopporto adesso, quando mi penso in una prospettiva che forse non mi appartiene. Sarei in grado di sopportarlo?
Forse non voglio essere una mamma.
Forse voglio continuare a leggere quando mi va, scrivere quando posso, studiare quando devo, uscire quando è necessario.
La mia vita non è complessa nei fatti e nella sua materialità: sono io ad essere complessa nel modo di relazionarmi ad ogni circostanza e questo mi porta a mettere costantemente in dubbio la possibilità che io possa essere non una “buona” madre, ma una madre.
Sento dei sensi di colpa per questo? No.
Ma mi sento una possibilità di vita negata, una curiosità inconoscibile, una frustrazione “di cui non so parlare né so fare domande”.
Noi un* figli* lo faremmo in due, lo vorremmo in due. Non sarei una madre single.
Ma quanta responsabilità ha in più una donna, oltre alla gestazione, rispetto a un uomo?
In fin dei conti era mia nonna a badare a tutti i suoi figli, non mio nonno.
In fin dei conti è sempre mia madre che è stata con me, insieme a mia zia, e mai mio padre, diventato padre più o meno presente quando avevo già l’età per fumare le sigarette.
A cosa e a quanto dovrei rinunciare io e a cosa e a quanto non dovrebbe lui?
Sono problemi di fiducia?
Sono elementi di problemi relazionali della coppia?
O esiste davvero ancora un senso per cui ha senso pensare di avere un* figli*, ora che non è più un problema di produzione obbligata? O lo è sempre?