John Williams
Stoner
Copertina di Stoner di John Williams
Ci sono delle volte
– la maggior parte, io credo – che entrare in una libreria non è più quel sogno
di bambina in cui si viene inebriati dal buon profumo delle copie appena
rilegate, la lucentezza delle copertine. Un certo tipo di viscosità gommosa,
fastidiosissima alle unghie, dei nuovi Adelphi. Il design di grafiche ricercate
di Einaudi: monocromi spezzati. L’incomprensibilità delle copertine di Giunti
editore. Ti aggiri tra le sezioni calpestabili scandite da aiuole di Best Seller.
Passo lento, strascicato. E il disincanto ti prende tutta, quando sei là non
per un titolo in particolare, ma per farti catturare da quel qualcosa. Solo che
questo qualcosa, alla fine, nella maggior parte dei libri di recente
pubblicazione, non lo trovi. Torni a casa, felice del tuo acquisto, ma è una
felicità con riserva, perché in fondo lo sai che non sarà mai lo stesso che
leggere Dumas, Wallace. Un pregiudizio prolungato: proprio io che penso di non
avere mai pregiudizi, diventando così, con questa sola frase, la regina di
tutti i pregiudizi. Ma perché non ho comprato un classico, mannaggia a me?
Con il premio
“pregiudizio dell’anno 2017 d.C” entrai un giorno con mia zia alla Feltrinelli
(Palermo). Il bello di mia zia, tra le tante cose belle, è che è sempre tutta
di fretta, ma capita che a un certo punto non sia più di fretta ed è bella
quando passeggia disincantata, cervello in funzione, occhi sui titoli dei
libri, accarezza le cose, “Lella, sono alla sezione poesie, vieni!”. Quando
andiamo in libreria Lella mi regala sempre un libro e, solitamente, ne compro
uno da me (magari quel gran mattone di libro dal gran mattone di lista che
porto da anni nel portafogli con titoli perlopiù di classici e autori di
nicchia) e uno lo compra lei, che prima andava da Fabrizio di Modus Vivendi e
Fabrizio le consigliava sempre il libro giusto per me. Ora prendo io le veci di
Fabrizio. Lei mi aspetta, io giro, sfogliando i titoli, e dico “Va bene questo”
e così sia, un amen da autoparlante. Quel giorno, il 10 Ottobre 2016 (grazie
Instagram, per ricordarmi date assolutamente insignificanti), Lella mi regalò
Stoner di John Williams (Fazi Editore). E in realtà, caro lettore (a cui
ricordo che non sto qua mica a fare il critico – io – ma porto avanti
l’esclusivo mio dovere personale di lettore – a mia volta -), caro lettore –
dicevo – non avrò per te giri di parole, perchè Stoner è un capolavoro. Un
capolavoro, e nulla più. Per rifarmi alle attentissime e condivisibilissime
parole di Peter Cameron, che ne ha curato la postfazione all’edizione
italiana:
La prima volta che ho letto Stoner sono rimasto sbalordito dalla
qualità della scrittura, dalla sua pacatezza e sensibilità, dalla sua
implacabile chiarezza abbinata a un tocco quanto mai delicato. […] la
narrazione volteggia sopra la vita di Stoner e cattura ogni volta i momenti di
una realtà complessa con limpida durezza […], e attraversa con leggera grazia
il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda.
È vero, tutto vero,
ed è un libro bellissimo e per molto tempo, quando lo finii, mi ricordò per
certi aspetti Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: la storia di un uomo che
per quanto possa essere chissà cosa, chissà chi, chissà perché, vive nella sua
insignificanza colmo del significato della propria vita. Un viaggio, quello di
Stoner, più lungo di quello del principe Fabrizio, in quanto Fabrizio lo
troviamo già sposato con prole, mentre William Stoner è solo un ragazzino di
campagna (e, vedendolo crescere, cresciamo con lui, ci confrontiamo con lui).
Ad ogni modo credo, per quanto opinabile possa essere il mio giudizio di
lettore, che la tensione e l’attenzione che il lettore ripone nelle parole di
questi due libri sia la medesima. Stoner, come il Gattopardo, non è un libro
dai colpi di scena, dalle grandi gesta eroiche, dalle istrioniche battute, dai
capoversi da sottolineare per intero, ma è un libro semplice, delicatissimo,
che come una goccia, a poco a poco, ti trapassa prima la carne, poi il muscolo,
poi l’osso e diventa parte di te, la parte che vede le cose come sono per la
prima volta senza affanno: la tragedia umana come tragedia umana, perché è solo
una tragedia, perdio, e nulla più, nulla di angosciante, e infine morire, con
la naturalezza degli occhi stanchi: alzatina di spalle. La normalità della
vita: alzatina di spalle. Gli errori compiuti di continuo: una pazienza enorme
verso noi stessi. Questa enorme capacità di John Williams, come a suo tempo
Tomasi di Lampedusa, di creare una scrittura chiara senza necessitare di
fraintendimenti, eppure così limpida da far confondere e smarrire, è una rarità
nella scrittura contemporanea. Il postmoderno, ma forse da ancor prima,
ha creato il mito del massimalismo concettuale anche in scrittura: la
moda del dire, ad esempio, “il mio corpo è una macchina perfettamente
funzionante e organizzata in modo tale che sappia naturalmente come espletare i
bisogni corporali in una ripetitività continua giornaliera che aliena il
quotidiano, creando un sistema circolare fondato sull’urina della mia vescica”,
semplificabile con la più banale “ogni mattina alle 7 faccio la pipì”. Stoner
rinuncia al mito della complessità e si dà al pubblico, al lettore, in tutta la
sua bellezza, in tutta la sua banalità, in tutta la sua armonia perfetta del
linguaggio comune, popolarissimo, esemplare nella sua grammatica, commovente
nel suo pensiero universalmente comprensibile, universalmente condivisibile,
universalmente vissuto.
Sono tanti i temi
affrontati in questo libro, senza alcuna pretesa moralistica: le scelte
universitarie e le conseguenze implicanti, la decisione del partecipare o no ad
una guerra come assunzione o meno di una responsabilità collettiva, un
matrimonio nato fallito e la capacità di abituarsi alla scomodità relazionale e
al non demordere per una stupida promessa fatta che forse stupida mica lo è,
l’abbandono della prima donna amata per rispetto alla classe a cui si
appartiene e al ruolo che la convenzione sociale ritiene, la difficoltà
d’approccio di un padre verso una figlia alcolizzata. Tutti temi, questi, riconducibili
all’unico grande tema che è: la scelta. Stoner è una storia di scelte, di “non
si può tornare indietro” e “nessuna seconda possibilità”. Stoner è la storia di
tutti noi, è l’accettazione totale, seppur in una frustrazione certamente
consapevole, di tutti quelli che sono gli errori e i rimpianti delle nostre
vite. La vita di Stoner è la nostra vita, è la nostra storia e nessuno ne
scampa e ne scappa. Non si può. Significherebbe fuggire da noi stessi, ma per
quanto corriamo, lo sappiamo, è sempre da noi che bisogna tornare. E tornando,
Stoner ci insegna che, in fondo, forse, non ci è andata tanto male; in fondo,
forse, non ha neanche così tanta importanza, ormai. Forse, in ultimo, come
cantano i Baustelle: “La vita è tragica. / La vita è stupida / però è
bellissima essendo inutile. / Pensa al contrario e poi ti ammazzi subito. /
Pensare che la vita è una sciocchezza aiuta a vivere. / Non avere mai paura /
non stare male per qualcosa che non è / non tremare mai la sera / ricordati che
stai giocando a un gioco senza vincitori. / Lo so, la vita è tragica / la vita
è stupida però è bellissima essendo inutile. / È solo immagine / un
soprammobile. / Pensare che la vita non è niente aiuta a vivere. / La vita è
tragica però è fantastica essendo inutile. / È solo immagine/ è tutta estetica.
/ io penso che la vita non è niente e provo a vivere”.