Hanya Yanagihara
Una vita come tante
Copertina di Una vita come tante di Hanya Yanagihara
Una notte
dell’Agosto 2017 io e Guglielmo registriamo una nostra conversazione:
“Quand’è che
abbiamo smesso di rimanere quando chiediamo aiuto? Sto libro mi sta ammazzando
- questo che sto leggendo per ora – perché... Parla della storia di quattro
amici. Poi c’è un protagonista e tutto ruota attorno a lui, un autolesionista
che poi tenta il suicidio e che ha avuto una vita di merda. Ma vabbè. Però lui
sa che ha questi tre amici e che se lui chiede – cioè - che se si chiedono tra di
loro non mi lasciare!,
loro non si lasciano, anche se scazzano, anche se… anche se prendono strade
diverse”
“Io lo so perché
l’ho fatto”
“L’unica persona
che rimaneva quando io gli dicevo ti
prego non mi lasciare è stato Luciano. E io lo facevo per lui. Io
mi ricordo che Luciano veniva tipo anche qua - suo padre lo buttava fuori di
casa - alle tre di mattina e mi veniva a citofonare perché sapeva che… E io
spesso stavo male e gli dicevo per favore non mi lasciare
stanotte! e lui rimaneva. Perché quando si diventa grandi non si fa
più? Cioè: perché non viene più preso sul serio? Prima l’ho detto: non voglio dormire da sola, non mi fate dormire da
sola, fatemi dormire! E loro se ne sono andati. E va bene, lo so
che se ne dovevano andare, non potevano stare qua - Valeria non voleva stare
qua, si vedeva che non voleva stare qua -. Però perché non lo facciamo più?”
“La risposta –
magari sempliciotta – potrebbe essere che prima le nostre vite erano più
lasche”
“Non vuol dire,
non significa”
“Non è tutto”
“Sì, invece”
“Non lo dico per…
non solo come impegni, ma come ciò che questo ha creato nel corso del tempo:
quanto ci ha portato via? Mi è stato portato via tantissimo, mi è stato dato
tantissimo. Però sta di fatto che…”
“Secondo me è per
questo che stiamo tanto male. Perché non rimaniamo più. Non lo sappiamo fare
più.
“Sì”
“Una vita come tante” di Hanya Yanagihara, edito da Sellerio, è un
libro che ti porti addosso come un peso che grava sopra di te sia durante la
lettura che dopo, per molte settimane, probabilmente non soltanto per la mole
stessa del volume – nelle sue 1100 pagine –. In copertina una foto di
Peter Hujar del 1969: un ragazzo si poggia al dorso di una mano e contrae tutto
il suo bel viso in una smorfia di sforzo e lacrime trattenute e ossessioni che
non riescono a sfuggire e fuggire dalla propria mente. La foto è in bianco e
nero. Interessante è, mentre la lettura si porta avanti dalla prima all’ultima
pagina - che le stesse immagini descritte e raccontate dall’autrice non
facciano altro che presentare gli stessi colori: queste sfumature grigie di
un’America grigia – nonostante certe luci di Natale e feste del Ringraziamento
– in una grigia normalità relazionale, amicale, sessuale, lavorativa, vitale di
questi quattro giovani protagonisti che vivono la loro vita, tra queste pagine,
per i successivi quaranta anni. Viviamo con loro i sogni di ragazzi e poi
adulti, il fallimento, la lucidità, la perdita di quest’ultima, la
realizzazione, l’abbandono, le botte, l’arroganza, la droga, l’insonnia, i
figli, il matrimonio, papà e mamma. Camminare con loro – a tratti zoppicando –
non rende il libro entusiasmante e credo consista proprio in questo la bellezza
di questo libro: la capacità trasmessa dall’autrice di farci addirittura
annoiare come la vita ci annoia, o sbuffare, come la vita che ci rende
sbuffanti, o demoralizzati e incapaci di trovare un buon motivo per andare
avanti nella lettura, esattamente come spesso rimaniamo incollati sulle nostre
sedie incapaci di muovere un passo oltre per mancanza di significato e forza
fisica e coraggio all’interno delle nostre vite. E sebbene la storia del
protagonista (Jude) – a causa delle sue patologie psichiche e del
personalissimo ed enfatizzato percorso – sia piuttosto fuori dal comune questo
non rende la sua vita meno noiosa o sbuffante e demoralizzante. È un libro,
questo, che descrivendo una vita ci parla della vita e che, facendo un attimo
di attenzione, ci fa ritrovare a vivere proprio grazie ad una presa di
coscienza non del tutto immediata, ma certamente conseguente questa lettura.
Il libro è scritto
interamente in terza persona, ad eccezione dei due capitoli nel quale il padre
di Jude scrive una lunga lettera, spezzata in due parti separate da molte e
molte pagine tra loro, alla persona più importante per Jude, non tanto per
tirare le fila del discorso, ma per liberarsi dalla vita stessa, rassegnarsi ai
fatti della vita che, per quanto ci si sforzi, non si possono controllare. È un
libro privo di morale. È un libro privo di quei significati celati e pesanti
che si impongono su di noi come giudici di qualcosa che non potremo mai avere o
avere con difficoltà. Non sono le pretese, dunque, a colpirci. Quel che più
colpisce, al contrario, della capacità dell’autrice è il suo modo di insinuare
(non risposte, ma) domande che difficilmente poi riescono a uscire da noi
stessi. Domande sulla malattia? Certo. Domande sulla nostra sanità psichica?
Anche. Domande sul rapporto genitori figli? Di sicuro. Ma più di tutti, più di
tutto, è una la domanda che ci pone: tu, lettore, prima di pretendere che
qualcuno rimanga a farti da sostegno, rimani per essere di sostegno? Tu,
lettore, hai attorno a te qualcuno per cui ne valga sempre – esser di sostegno
- la pena anche se non ne vale la pena? Rimani? Fai rimanere? Quanta capacità
hai, lettore, di superare le opinioni divergenti, la vita diversa che si va
costruendo, screzi, per continuare ad avere fede all’amicizia che per tanto
tempo ti ha stretto e unito a quei pochi che puoi davvero definire amici? Le
risposte sono spesso sgradevoli. Nel mio caso sono state addirittura
devastanti, cambiando certi paradigmi certi fino ad oggi. Grazie a questo libro
mi sono guardata allo specchio (ed è quello che vi auguro, consigliandovi
questa lettura interessantissima); ho chiuso certi rapporti, ne ho riaperti di
vecchi e importanti, fintamente terminati per incomprensioni; ne ho scoperto di
nuovi e non ne ho voluto scoprire di nuovi, tutto in un rapporto di scambio
io-tu, in cui non ci sono colpe, ma fatti e la capacità di voler bene che
ognuno trova dentro se stesso, ribadendolo a chi ha le orecchie per ascoltare:
Hanya Yanagihara: è un libro bellissimo che ti consiglio. A parte questo,
ricordi che ti rimproveravo perché trattavi male i libri? Oggi, ora, guardando
la copertina a libro finito , capisco che questo libro l’ho letto e l’ho
vissuto e non eri tu in torto a rovinarli, ma ero io a non vivere mentre
leggevo. Questo è il mio primo libro che leggo mentre vivo. Ti ho pensata. Ti
penso. Sei sempre con me e ti voglio bene. Qualsiasi cosa accada tu sei nel mio
cuore e nei miei pensieri e nelle mie dita che sfogliano e sfiorano le cose.
(Sms del 12 Ottobre 2017, ore 21:54, Claudia)